di Carmelo Murgia
Negli anni Settanta, in un’Italia ancora dominata dal monopolio della RAI, parlare alla radio non era un diritto diffuso, ma un privilegio regolato dall’alto. È in questo contesto che nasce l’esperienza raccontata da Mauro Mameli nel suo libro Come abbiamo cambiato la realtà senza chiedere permesso, testimonianza diretta della stagione delle radio libere italiane.
Tutto comincia nel 1972, quando l’autore, ancora studente, decide di costruire una piccola trasmittente nella propria cameretta. Non si tratta di un gesto eroico o ideologico, ma di una spinta quasi istintiva: se la voce dei giovani non trova spazio nei canali ufficiali, allora bisogna crearne uno nuovo. Senza autorizzazioni, senza strutture, solo con curiosità, ostinazione e un saldatore in mano.
La cameretta diventa così laboratorio tecnico e simbolico. Smontare radio, correggere errori, capire perché un circuito non funziona non è solo esercizio di elettronica, ma scuola di autonomia. L’errore non è un fallimento, ma un passaggio obbligato verso la comprensione. In questo processo l’autore matura una convinzione destinata a segnare l’intero movimento: la realtà non è immutabile, può essere modificata da chi osa intervenire.
La svolta arriva il 28 luglio 1976, quando la Corte Costituzionale, con la sentenza n. 202, sancisce la legittimità delle trasmissioni radiofoniche private in ambito locale, ponendo fine al monopolio pubblico. Ma molte radio, come quella fondata da Mameli in Sardegna, erano già attive prima del riconoscimento ufficiale. La legge, di fatto, arriva dopo l’iniziativa.
Nel racconto, la radio si trasforma progressivamente da esperimento tecnico a spazio collettivo. All’inizio è una voce sola; poi diventa dialogo, quindi coro. Giovani studenti, amici, curiosi entrano e escono dalla stanza, portando idee, musica, discussioni. La radio non è più “di qualcuno”: diventa un luogo aperto, un laboratorio sociale dove si sperimentano nuove forme di partecipazione, senza gerarchie rigide e senza palinsesti imposti.
Fondamentale, nel racconto, è anche il ruolo della famiglia. La casa dei genitori dell’autore diventa il primo presidio di libertà: una porta sempre aperta, un luogo protetto dove la radio può crescere. Senza quell’accoglienza silenziosa, l’esperimento sarebbe rimasto effimero.
L’eredità di quella stagione non sta solo nelle frequenze occupate o nelle emittenti nate, ma nell’esempio lasciato: quando uno spazio non esiste, può essere costruito. E chi accende per primo il segnale, anche in una stanza qualunque, può contribuire a cambiare la realtà.
